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Black hat SEO: se la conosci la eviti!

18 Mag 2021

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Black hat SEO: se la conosci la eviti!

La Black Hat SEO raggruppa una serie di tecniche, manuali o tecnologiche, che servono a trovare delle scorciatoie per scalare la vetta della SERP. Si tratta di tecniche non ufficiali e non riportate nelle linee guida di Google per i Webmaster. Nonostante l’omissione dalle linee guida, Google le conosce molto bene e, quando le individua, penalizza manualmente, o algoritmicamente, il sito che ne fa uso. Esistono svariate tecniche illecite sia per quanto riguarda i link, che i contenuti, ma in ogni caso si tratta di non rispettare le regole di Google che equivale a barare. Per questo motivo il motore di ricerca è molto severo quando si imbatte in uno di questi trucchetti e non lesina sulle penalizzazioni.

Black Hat SEO: i link

I link giocano un ruolo veramente molto importante nella corsa al posizionamento in SERP. Per questo motivo la Black Hat SEO che li riguarda prevede tantissime tecniche proibite:

  • acquisto di link – Google è in grado di individuare e mappare, tenendoli d’occhio, eventuali link acquistati. Riesce a capire la differenza tra quelli comprati e quelli guadagnati.
  • scambio di prodotti per link – i link scheme non sono graditi a Google. Non bisogna quindi scambiare prodotti gratuiti o sconti per link.
  • link nel footer – Non è possibile usare il footer per posizionare i link, Google se ne accorge e penalizza.
  • link nascosti – tecnica vecchia, ma qualcuno la usa ancora. I Link fantasma non portano il motore di ricerca ad indirizzare traffico verso un sito.
  • spam nei commenti – altra tecnica vecchia e abusata, inserire link verso un sito nei commenti dei vari blog/forum. Oggi l’algoritmo e sistemi automatici bloccano questi inutili tentativi. Chi usa questo sistema rischia penalizzazioni per spam.
  • anchor text abusato – mai esagerare! L’abuso di un anchor text che rimanda ad una pagina in modo non pertinente, è penalizzato da Big G. L’anchor non deve essere manipolativa, non deve essere forzata e deve invece essere inserita in modo naturale nel contesto, oltre ad essere assolutamente pertinente.
  • backlink dannosi – il disavow links è un sistema ultradecennale inserito da Google per dissociare il proprio sito da altri ritenuti dannosi e malevoli.
  • utilizzo di PBN – acronimo di Private Blog Network semplicemente indica una serie di siti che si linkano tra loro. Google percepisce queste catene come schemi di link usati per manipolare l’algoritmo stesso e, di conseguenza, le classifiche.
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Black Hat SEO: i contenuti

Anche per i contenuti qualcuno usa la black Hat SEO:

  • Keyword stuffing – Ripetizioni continue delle parole chiave all’interno del testo. Google premia solo i contenuti ricchi di parole chiave semanticamente legate tra loro.
  • Parole chiave in eccesso nell’alt immagini – -non si può abusare delle parole chiave nemmeno nell’alt delle immagini contenute in un sito.
  • Contenuto fantasma – il contenuto ha valore e va bene fino a quando è visibile all’autore e a tutti gli utenti. Vale la stessa regola dei link nascosti. Non serve a niente, anzi è deleterio, inserire contenuto con parole chiave dello stesso colore dello sfondo: Google lo legge lo stesso!
  • Contenuti non originali, ma copiati – Non si plagia, oltre ad essere vietato dalle leggi sul copyright, è anche penalizzato dal motore di ricerca. Google vuole solo contenuti originali e utili per l’utente.
  • Riscrittura di contenuti parafrasati – Non basta parafrasare un testo già scritto da qualcun altro, bisogna essere originali al 100% per evitare le penalizzazioni di The Big G.
  • Rich Snippet Spam – si tratta di snippet manipolati per contenere informazioni supplementari che aiutino a convogliare traffico ad un sito.
  • Cloaking – Altra tecnica datata, ma ancora in voga. Si tratta di nascondere informazioni agli utenti sfruttando un’animazione. Le informazioni non sono visibili agli internauti, ma solo al motore di ricerca.

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