Quando si è alla ricerca di un’informazione, una delle prime azioni che vengono svolte è proprio quella di aprire Google digitare una query di ricerca.
Non è detto che si trovi subito il risultato sperato, anzi. Si può rimanere insoddisfatti dalle informazioni trovate nelle prime pagine di destinazione e tornare alla ricerca del risultato che si preferisce.
Il fenomeno appena descritto è noto con il nome di pogo sticking, il quale può essere considerato un problema per il posizionamento dei contenuti in SERP.
L’abbandono della pagina da parte dell’utente, per Google, corrisponde a un contenuto poco interessante e fuori porta da quanto ricercato.
Che cos’è il pogo sticking
La traduzione del termine aiuta a comprendere meglio il concetto. Nel modo anglosassone, il pogo stick altro non è che un trampolo a molla. Funziona a rimbalzo, proprio come il fenomeno di rimbalzo dell’utente.
Il Pogo Sticking consiste in un comportamento dell’utente che saltella tra un sito e un altro posizionato in SERP alla ricerca del contenuto migliore.
Si verifica quando l’utente torna indietro ai risultati di ricerca entro i primi cinque secondi dalla visualizzazione della pagina, insoddisfatto di non aver trovato l’informazione desiderata.
La differenza tra pogo sticking e bounce rate
Il pogo sticking sembrerebbe corrispondere alla conosciuta frequenza di rimbalzo o bounce rate.
La frequenza di rimbalzo rappresenta “la percentuale di visitatori che visita una singola pagina su un sito web” e poi conclude la sua interazione con quel sito.
Una pagina con percentuale di bounce rate elevata non deve essere sempre letta come dato negativo, in quanto può significare anche che il visitatore ha completato la sua journey ottenendo piena risposta alla domanda.
Il pogo sticking è sempre negativo, perché è sintomo di una insoddisfazione dell’utente nei confronti dei risultati forniti da Google.
Pogo Sticking e SEO
Il fenomeno del pogo sticking è riflesso di un’insoddisfazione vissuta dall’utente. Aiuta a comprendere che i contenuti non rispondono alla query di ricerca che la persona ha digitato e alle informazioni di cui aveva bisogno quando ha trovato quel risultato tra le proposte di Google.
L’obiettivo di tutti i motori di ricerca è infatti fornire risultati utili agli utenti, consentendo loro di raggiungere i contenuti che desiderano al primo tentativo: è chiaro, quindi, che un comportamento diffuso di saltellamento tra le SERP e le pagine posizionate può comunicare una generale insoddisfazione delle persone rispetto ai risultati elaborati dagli algoritmi, sintomo di una generale incomprensione della query o di assenza di pertinenza tra la domanda originaria e il contenuto posizionato.
Le cause
Le pagine di un sito web colpite da questo problema, per cui gli utenti manifestano evidente insoddisfazione dei contenuti proposti, necessitano di interventi di miglioramento.
I principali problemi che causano il pogo sticking sono contenuti scadenti ed esperienza utente scadente, ma non solo, e l’unico modo per contrastare efficacemente il fenomeno è provare a fornire una risposta significativa che risolva il problema di una persona o risponda alla sua domanda.
Tra i problemi on page legati al contenuto che possono provocare il pogo sticking (e spingere il pubblico a lasciare rapidamente il sito) ci sono:
- Contenuti non pertinenti alla query. Google è abbastanza preciso nel posizionare le pagine rilevanti, ma può capitare che in SERP ci siano pagine che non rispondono pienamente al search intent e quindi non offrono risposte utili ai lettori.
- Contenuti non aggiornati. Gli utenti preferiscono informazioni rinnovate: non essere al passo con le tendenze (e magari mostrare articoli con date ormai vecchie) può portare gli utenti ad abbandonare la pagina.
- Corrispondenza con il titolo o la meta description. Se gli snippet di anteprima come il titolo e le meta descrizioni non corrispondono al contenuto, il pubblico potrebbe atterrare sulla pagina ma lasciarla rapidamente in quanto insoddisfatto e negativamente sorpreso.
- Contenuti pieni di spam. Gli utenti non vogliono leggere contenuti pieni di spam e basta uno sguardo rapido alla pagina per convincerli a cliccare sul pulsante di ritorno.
- Linguaggio. Se il contenuto riporta errori nei fatti, nella grammatica e nell’ortografia, il pubblico uscirà rapidamente dalla pagina.
- Problemi di leggibilità. I visitatori potrebbero non voler perdere altro tempo nel cercare di leggere contenuti con font troppo piccoli o scarsamente visibili.
I motivi per cui un utente abbandona il sito
Non sono invece legati ai contenuti, ma a problemi di altra natura i seguenti fattori che pure possono influenzare negativamente il comportamento dell’utente e farlo saltellare:
- Eccesso di annunci fastidiosi. La presenza eccessiva di pop-up o interstitial può infastidire l’utente, che quindi torna subito indietro alla comparsa di questi annunci invadenti.
- Sito non ottimizzato per dispositivi mobili. Per gli utenti da mobile (che ormai sono nettamente la maggioranza), atterrare su una pagina non mobile-friendly è frustrante e spesso questi contenuti non sono effettivamente fruibili.
- Design confuso. Presentare un layout complicato può disincentivare gli utenti a interagire con il sito.
- Caricamento lento della pagina. La velocità è un fattore di ranking e gli utenti si aspettano che una pagina venga caricata in 2 secondi o meno: superato questo tempo, la maggior parte delle persone non attenderà e premerà sul tasto Indietro.
- Redirect frequenti. Impostare molteplici redirect è un grosso difetto per i siti perché può prolungare il tempo di collegamento per gli utenti, e i più impazienti non attenderanno a lungo per vedere dove porterà questa catena.
- Avvio di video in riproduzione automatica. La presenza di un video con riproduzione automatica mette in secondo piano l’obiettivo principale del sito web (o comunque nasconde il contenuto a cui l’utente era interessato e per cui ha cliccato in SERP), e se non c’è possibilità di bloccare o spegnere la riproduzione c’è alta probabilità che le persone non resteranno sulla pagina.